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PRO SAN MARTIN al TILIMÊNT
P.zza Umberto I, 1
San Martino al Tagliamento (PN) 33096
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San Martino al Tagliamento (nella toponomastica storica prima che conseguisse l'autonomia comunale San Martino di Valvasone) deve il suo nome, documentato nell'anno 1204 in villa Sancti Martini, al santo patrono e alla vicinanza dell'argine destro del fiume. Il primo nucleo sorse già in epoca tardoromana (lo attestano i numerosi reperti rinvenuti nel territorio, ove si colgono tuttora significative tracce della centuriazione) in corrispondenza d'uno dei più frequentati "passi" del Tagliamento. Il villaggetto era posto a ridosso d'una centa fortificata, nel cui perimetro fu edificato in epoca franca un modesto oratorio dedicato a San Martino. E' sintomatico che al medesimo patrono sia dedicata, al di là del guado, anche la contrapposta cortina di Turrida. Inglobato nella vasta giurisdizione dei signori di Cosa (secolo XII), alla divisione di quel casato in due rami, i castellani di Spilimbergo e di Valvasone, venne attribuito ai secondi. Estintasi quell'antica famiglia le subentrarono i signori di Cuccagna che assunsero il predicato di Valvasone.
In età patriarchina essi esercitarono su San Martino, Arzenutto e Postoncicco la giurisdizione civile e criminale, designando anche il podestà ed i giurati: prima timida espressione della rappresentatività popolare. Tale situazione rimase sostanzialmente inalterata con l'avvento nel 1420 della Repubblica Veneta che mitigò tuttavia il regime feudale concedendo marginali autonomie alle comunità rurali tramite un apposito organo, la Contadinanza. La più antica citazione di San Martino e di Postoncicco (dallo slavo pustina, terra incolta) risale al 1204, di Arzenutto (dal trasparente toponimo, essendo collocato lungo l'arginatura del Tagliamento) al 1268. All'epoca tardomedioevale è assegnabile anche la borgatella di Villa Sgraffa, una manciata di case affogata nel verde (dal tedesco "villa del conte") d'evidente proprietà del castellani: speculare il toponimo d'una area attigua, Majeroff, la corte del signore. In due circostanze soltanto San Martino emerse dall'uggioso grigiore dei secoli, guadagnandosi la ribalta della storia: l'invasione turchesca del 1499 e la celebre battaglia napoleonica del 1797. Negli ultimi decenni del Quattrocento s'ebbero ripetute incursioni di soldataglie bosniache sudditi del sultano di Costantinopoli capeggiate dal bey di Serajevo. Superato il vallo dell'Isonzo un'orda assetata di rapina e mossa da istinti sanguinari dilagò nella pianura.
Così avvenne anche nel 1499 e per i Friulani fu l'inferno. L'arrivo dei Turchi evocò lo spettro di Attila, secondo una diffusa tradizione il "flagello di Dio". E' rimasto a San Lorenzo di Arzene un suo ritratto con il profilo segaligno, le orecchie ferine e le corna, un'immagine che - secondo la credulità dei semplici - esorcizzava il pericolo di nuove invasioni. Durante quella rapida incursione i Turchi posero il campo a Rivolto e poi a Roveredo. Prima di levarlo massacrarono un migliaio di prigionieri e quindi ripiegarono verso il Tagliamento, nella loro lingua Ak Su, le acque basse. Al guado di Rivis, fra San Martino e Valvasone, s'ebbe un'altra mattanza: uccisero - scrisse il diarista Priuli - "i miseri presoni che per l'età e le forze loro non potevano superare il fiume". Risparmiarono invece "gli homeni di anni quattordici in zoso e le done…". Dal castello di Valvasone tentarono una sortita, ma quei coraggiosi (trattavasi di ausiliari delle Cernide, raccogliticci e malarmati) vennero respinti e lasciarono sul campo duecentosessanta caduti. Tre secoli dopo il guado di Rivis fu spettatore della battaglia che di fatto segnò la caduta della Repubblica Veneta. Il grosso dell'esercito austriaco al comando dell'arciduca Carlo s'era trincerato sulla sponda sinistra fra Codroipo e Sant'Odorico una prima linea palizzata sul ciglio, una seconda arretrata lungo la strada di San Daniele. I Francesi invece s'attestarono sulla destra vis à vis Valvasone.
Secondo un abusato copione riuscirono ad ingannare gli avversari fingendo d'accamparsi salvo poi assalirli all'improvviso. Era il 16 marzo del 1797. Travolti su entrambe le linee gli Austriaci si ritirarono nel villaggio di Goricizza e da lì ripiegarono verso Palma, lasciando sul campo tutte le artiglierie.
Napoleone descrisse lo spiegamento delle truppe e le varie fasi della battaglia in uno scarno rapporto al Direttorio: "fu tale lo spavento del nemico, che attese il buio notò con distaccata sufficienza per tagliare la corda". Il Generale trascorse tre notti nel castello di Valvasone, in quella che viene tuttora indicata come la "camera bianca". Fra i protagonisti di quella giornata si scoprono personaggi che in quei concitati decenni si guadagnarono la ribalta europea. Comandava la cavalleria Gioacchino Murat che aveva ottenuto i galloni da generale a furia di cariche e sciabolate. L'ala sinistra davanti a Postoncicco era stata affidata a Bernardotte che scese da cavallo mescolandosi alla truppa per trascinarla oltre il guado un esempio che entrò nell'aneddotica e fu riprodotto in una celebre incisione.
Il primo otterrà da Napoleone il trono di Napoli (con quell'aria spavalda e levantina sotto una cascata di riccioli neri sembrava davvero napoletano), il secondo si guadagnerà, passando agli avversari di Napoleone, il trono di Svezia. L'attuale denominazione San Martino al Tagliamento fu assunta nel 1867, quando il Comune conseguì l'autonomia da Valvasone. Venne poi soppresso nel 1929 e ripristinato nel 1947. Al Tagliamento non deve solo il nome ed i più significativi episodi della propria storia. Per le popolazioni rivierasche come scrisse un poeta "il grande fiume è come una divinità benigna, ben più d'un nastro d'argento, che traccia le sue trame bizzarre nel pallore delle ghiaie".